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...al momento non so chattare...ma giorno verrà in cui...saprò fare pure quello...evvài co' sta' botta di presunzione !!!!









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mercoledì, 10 settembre 2008

 
 
 
 
 
 
 
Via Lagrange
 
(Lagrange…chi era Lagrange?) Ogni città

ha forse la sua via Lagrange. Ma una

nell'impaginazione del ricordo,

una sola s'imprime. Vive travi

di càrpini, condominii in decoro,

fioriere gremite di petunie.

Gli attici puntano verso le Alpi.

Proprio là dove segna la lapide

via Lagrange, spiovono molli frange

vegetali. Nell'ora dell'Angelus.

C'è una bella signora che piange.

Conta i passi, forse dieci, raggiunge

sull'angolo più lontano una conca

di viole. Tutto il balcone è alleanza:

il lampo del sole morente, la vampa

di quei fiori – e di lei già fuori campo,

quasi un pòlline, un senso di carminio.

da "Pomerania" di Silvio Ramat


è che leggendo qui  qui e sapendo in PVT
di città strade cortili viole... e, soprattutto,
di quanto tutto possa essere  in un niente



domenica, 10 agosto 2008

  quando si parte , si parte...
magari  -majàri ?-  da qui

 


*

Il registratore di Scanderbeg  
 
La nonna cantava la sua rapsodia preferita
quella di Scanderbeg che in punto di morte incita
il figlio a partire, naturalmente;
cantava davanti al mio registratore acceso e intanto mi stringeva la mano, mi guardava commossa
con i suoi occhi verdissimi, e io non capivo
se la sua commozione avesse a che fare con la storia di Scanderbeg moribondo
o con il mio ritorno in paese dopo tre mesi e mezzo di assenza.Ero appena arrivato da Amburgo
con una valigia nuova: dentro, avvolto tra camicie
e maglioni affinché non si rompesse,
c’era il mio registratore Grundig CR 485 stereo.
Lo avevo acquistato all’Hertie con i soldi del mio primo lavoro in una fabbrica di prodotti alimentari.
La scelta di lavorare era stata mia, però mio padre, che viveva ad Amburgo da anni, non aveva avuto nulla da ridire, anzi, secondo lui,
era un’esperienza che dovevo fare,
«perché così impari come si mangia il pane».
Avevo sedici anni e quell’accenno all’imparare come si mangia il pane non lo capivo, allora,
o non mi interessava.
Mi bastava avere imparato cosa significa svegliarsi ogni mattina alle cinque, sgobbare per otto ore,
sentirsi estraneo a un posto, a un’aria,
a uno sguardo azzurro.
«Però ne è valùta la pena»
mi aveva detto mio padre accompagnandomi alla stazione centrale di Amburgo: tornavo al paese
con dei baffetti teneri, dei preziosi risparmi per
la mia vita da studente squattrinato, una valigia nuova e soprattutto un registratore di marca.
Dunque, dopo pranzo ero andato a salutare la nonna. «È solo un pensierino» le avevo detto porgendole una confezione di cioccolatini assortiti
e un foulard di seta. Più tardi avevo acceso il mio registratore.L’idea di registrare le rapsodie antiche mi era venuta qualche mese prima, mentre la nonna cantava la sua rapsodia preferita
e io provavo a trascriverne le parole.
Parole antiche della nostra lingua arbëreshe,
che conoscevo bene.
Però mi bloccavo spesso, lei continuava
a cantare di Scanderbeg che parla avvolto ormai nell’ombra di vento della morte,
ogni due parole una la cancellavo con rabbia
e poi, per ricordarmene il significato, la riscrivevo aggiungendole accanto un disegnino o la traduzione
in italiano tra parentesi.
La nonna aveva la voce di una ragazza innamorata, un trillo morbido di sospiri e di speranze,
e cantava l’ultimo desiderio di Scanderbeg
rivolto al figlio:
 
«Fiore abbandonato, lule e kësaj zëmrës time,
fiore di questo mio cuore, prendi tua madre e tre galee, le migliori che hai,
e fuggi subito da qui,
perché se lo sa il turco, ucciderà te,
e tua madre diventerà schiava.
Ma prima di fuggire, kur rre te praj’e detit,
quando arrivi al lido,
lega il mio cavallo a un cipresso.
Dispiega la mia bandiera
e in mezzo legaci la mia spada.
Quando soffia la tramontana, il cavallo nitrisce,
la bandiera con l’aquila a due teste sventola
e la spada tintinna.
Se il turco li sente, si spaventa e,
pensando alla morte che dorme sulla mia spada,
non vi inseguirà per dove andate».
 
Alla fine avevo tradotto quasi tutto in italiano, perché non sapevo scrivere in arbëresh :
a scuola mi avevano insegnato solo l’italiano e,
con tutta la mia buona volontà
e le 21 lettere del mio alfabeto
non riuscivo a trascrivere
le parole di una lingua che ne possiede ben 36.
non riuscivo a trascrivere
Il risultato era una pagina che sembrava un cielo
di nuvole scarabocchiate e non prometteva nulla
di buono. All’improvviso avevo sentito un brivido:
quando la nonna incontrerà l’ombra del vento maligno fra cent’anni, delle sue belle rapsodie,
delle storie antiche e delle favole
resterà una traduzione approssimativa e frammentaria che probabilmente
non capirò nemmeno io.
Era stato allora che avevo pensato al registratore:
dovevo memorizzare non solo le parole, le storie, ma anche il ritmo, il suono, la voce innamorata della nonna.
Fermare il tempo, i sospiri, i silenzi e recuperarli
in futuro a mio piacimento.
Era un pensiero semplice e ingenuo
che galleggiava sul mare del mio ottimismo
di allora, dei miei grandi sogni da sedicenne.
Quando la nonna finì di cantare,
premetti lo stop, poi il tasto rew e infine lo start.
La nonna trasalì nel risentire la sua voce.
 
Lule, lule e kësaj zëmrës time, mirr tët’ëmë e tre galè…
Il registratore restituiva il canto senza il sottofondo
del vicolo, senza il ronzìo delle mosche,
né il lamento delle ultime cicale moribonde.
Kur rre te praj’e detit, oj bir…
 Era una voce netta che sembrava arrivare da un mondo lontano, da un altro tempo, più silenzioso del nostro e soprattutto più quieto, più soffice,
fresco come un fiocco di neve.
Da quel giorno cominciai a girare
per i vicoli del paese a caccia di storie canti aneddoti proverbi rapsodie preghiere favole.
Il mio registratore non metteva in soggezione
i miei interlocutori.
Aveva il microfono incorporato, registrava in silenzio, con discrezione.
Lo accendevo e lo lasciavo in un angolo del tavolo
o sui muretti davanti alle case, mentre le vecchie zonje o gli emigranti mericani o gli anziani leader delle occupazioni delle terre raccontavano
o cantavano con gusto.
Anch’io ascoltavo con gusto, memorizzavo assieme al mio registratore, concentrato come non mi capitava mai a scuola, fino a quando il clic automatico mi faceva sobbalzare: la cassetta era piena, bisognava girarla sul lato B o cambiarla.
A volte, tra una rapsodia e una storia vera, registravo anche la Hit Parade alla radio.
Anzi, a dire il vero, registravo solo
le canzoni di Lucio Battisti;
spesso cantavo assieme a lui, «il carretto passava e quell’uomo gridava gelati», dimenticando che stavo registrando e le nostre voci si sovrapponevano, diventavano a tratti l’una l’eco roca dell’altra, «che anno è, che giorno è,
questo è il tempo di vivere con te».
Ero innamorato, di una ragazza che non sapeva nulla del mio amore nascosto.
La notte andavo a serenata
con i miei amici sotto le finestre delle nostre innamorate. Accendevo il mio registratore, e la voce roca squarciava il silenzio dei vicoli,
«l’universo trova spazio dentro me e ho nell’anima, in fondo all’anima…», risvegliava i galli,
le capre e i muli nelle stalle, «cieli immensi e immenso amore», faceva impazzire i pipistrelli che non sapevano più in che direzione scappare,
«e poi amore, ancora amore, amor per te»,
e ci volavano minacciosi sulle teste.
Una volta avevo sbagliato cassetta
e la voce da ragazza innamorata della nonna aveva inondato il cielo nero del vicolo.
 
Gamùr bëra me tij e dua të marr/ mos ngë të marr tij u vritem vet.
 
Non potevo interrompere il canto perché nella chiara simbologia delle serenate un canto interrotto bruscamente equivaleva a un messaggio di disprezzo:
erano tre canti interi, la dichiarazione d’amore.
E così ascoltammo tre canti della nonna,
senza sottofondo musicale, solo la sua voce innamorata.
 
 «O rosa rossa, quanto sei bella/ hai messo le radici nel mio cuore/ e non vai più via, o rosso amore».  
 
 
E, a partire dal secondo, cantammo con lei.
mentre sentivamo decine di occhi che ci spiavano curiosi da dietro le finestre, cercando invano la pazza che cantava con noi nella notte.
Fu una serenata memorabile.
Il giorno dopo, in paese, non si parlava d’altro:
di questo ritorno all’antico per una dichiarazione d’amore moderno.
Furono in tanti a identificare me e i miei amici,
anche la musa della serenata che cominciò a capire e a ricambiare.
Ma nessuno identificò la voce della ragazza innamorata, nemmeno lei, la nonna, svegliata
dolcemente da un canto che le pareva familiare.
L’estate successiva ritornai in Germania a lavorare nella stessa fabbrica.
Come studente-lavoratore guadagnavo bene, avevo i soldi per andare in discoteca e in pizzeria
con i miei cugini, ma preferivo trascorrere il tempo libero ascoltando canzoni al mio registratore,
di solito sul grande prato
che delimita l’Elba dalle parti di Altona,
mentre pensavo alla ragazza del paese
con una nostalgia disperata, più che con amore.
Fino alla laurea trascorsi le estati in Germania e il resto dell’anno
tra il mio paese e Bari,
dove studiavo. Il registratore lo tenevo sempre
a portata di mano e ogni volta che tornavo
ad Amburgo registravo le storie d’emigrazione
dei miei parenti, mio padre compreso, anche se non le riascoltavo mai.
Le cassette si accumulavano e, disordinato come sono, cominciai a lasciarle in giro
dove capitava : 
nella mia casa in paese,
nell’appartamento ad Amburgo
o nella stanza a Bari.
Solo le cassette con le registrazioni della nonna
le portavo sempre con me,
nella custodia del mio registratore
.
Quando la nonna morì, tra le tante cose indimenticabili che mi lasciò
ci fu la sua voce da ragazza innamorata e le sue storie: erano vive, calde, sarebbe bastato premere lo start e mi avrebbero accarezzato le orecchie.
Stavano al sicuro dentro le mie cassette
e dentro di me.
Da quel momento
usai il registratore sempre di meno;
del resto dopo la laurea ero stato costretto
a cercare lavoro al Nord Italia,
in paese ritornavo solo per le vacanze estive
e ad Amburgo, per Natale.
Una sera d’inverno ebbi voglia di risentire
la voce della nonna.
Spolverai il registratore e misi dentro una delle prime cassette registrate.
Premetti lo start: il tasto andava a vuoto.
Dopo quindici anni il registratore non funzionava più e io stranamente non ero arrabbiato, né deluso.
Forse intuivo cosa sarebbe successo in quel momento. E infatti.
La voce da ragazza innamorata echeggiò nella stanza. Era un invito corale a ballare, un’eco morbida di sospiri e di speranze:
 
«Lojmë lojmë, vasha, vallen, balliam balliam, ragazze, la vallja di Kostantini i vogël
che fu sposo per tre giorni e poi partì, naturalmente…».
 
E io, io che ero partito già da un pezzo,
spostai il mio vecchio registratore in un angolo
del tavolo, presi un quaderno, una penna e,
col sottofondo canoro della rapsodia,
cominciai a scrivere il mio primo romanzo.
da "La moto di Scandenberg " di Carmine Abate
*
" Strade principali e secondarie " di Paul Klee
 

 




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